Solamente per pensare

Era il 2008 ed un giovanissimo me scriveva un post sull’allora blog di messenger che riportava nostalgicamente lo stesso titolo del presente. Si apriva con l’epilogo de Il Testamento di Tito di De André, che non sto a ripetere. Con tono rabbioso si scagliava contro le barbarie accadute durante gli eventi del G8 nel 2001 e ne abbracciava le note clandestine. Per chiudersi con Orwell in un passo di 1984, che invece ripropongo.

‘Ciò che le masse pensano o non pensano incontra la massima indifferenza. A loro può essere garantita la libertà intellettuale proprio perché non hanno intelletto. Finché non diverranno coscienti della loro forza, non si ribelleranno e, finché non si ribelleranno, non diverranno coscienti della loro forza.’

Questa volta, tredici anni dopo, vorrei esordire con un elogio alla musica e alla scrittura. Due forme d’arte che permettono a chi ne è destinatario di immagazzinare cultura, elaborare pensieri e farsi strada tra la curiosità, nuove scoperte ed apprendimento. Ci sono artisti che con il loro lavoro hanno permesso alle persone di imparare, conoscere e conoscersi.

Tornando al 1984, quello reale, Faber celebrava in ‘Crêuza de mä’ una Genova in cui popoli diversi andavano mischiandosi: genti di oriente e occidente, sapori di Mediterraneo e di sabbie d’Arabia, marinai in un costante flusso di andirivieni e abitanti della città vecchia che si confondono tra loro.

Nel luglio del 2001 De André non c’era più e la sua Genova si preparava ad essere al centro del mondo. Il forum economico di otto governi si era dato appuntamento nella città che è arrivata ad essere molto vicina a quella da lui glorificata già diciassette anni prima. Non c’erano più nemmeno gli anni ’80 e ’90, il periodo storico che faceva da cornice era caratterizzato da industria e commercio che avevano ritrovato una spinta propulsiva di totale dinamismo. Si respirava un’aria diversa, da nuovo millennio, invece che quella cancerogena che ancora segnava la politica e le sue liturgie rimaste inchiodate ai dogmi del secolo prima.

Il futuro era ancora tanto incerto e andava costruito, ma le persone stavano cambiando: il popolo stava prendendo coscienza che esplorare un altro mondo era possibile. Uno spirito contagioso che raccoglie a sé sempre più individualità e che una volta insieme creano un collettivo dotato di una forza spaventosa. Genti diverse erano pronte ad incontrarsi nelle vie strette e lungo le mulattiere di mare. La città della lanterna era pronta a dare voce a quella parte di mondo che non veniva considerata dal potere: gli ultimi, i vinti, i fragili, i perdenti. Esattamente gli stessi cantati da Faber. Perché ‘anche se non son gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo.’

C’era un vento progressista, che portava con sé una voglia di disobbedire alle imposizioni. Da lontano gli faceva eco una musica straniera molto leggera. Una musica minimalista e artigianale che catturava i suoni del mondo. Dentro ci si poteva trovare ritmi festosi di orchestre balcaniche, vibrazioni di Cuba e percussioni di danze africane. Manu Chao con la sua chitarra era portatore di un mondo in cui la conoscenza per essere genuina deve necessariamente essere onnivora. Fautore di una musica che con la sua semplicità univa le persone, disintegrava le barriere e che, come il titolo dell’album uscito in quell’anno, puntava dritto alla proxima estaciòn: esperanza.

Ai miei occhi di allora e di ancora oggi, il corteo dei migranti di Genova fu proprio così: divertente, colorato, multi etnico. Gente che sfila guidata dai suoni della banda, che salta, canta, balla, lasciando dietro di sé applausi dedicati a chi dalle finestre sventolava mutande.

Il 19 luglio 2001 Genova era diventata la città più bella di ogni mondo possibile.

Come in ogni dannata storia cilena, è inevitabile che alla memoria passeranno solo le atrocità della mattanza dei tre giorni successivi.

Qualche ora dopo la conclusione di quel corteo si sarebbe udita risuonare allo stadio Carlini l’Ouvertoure del Guglielmo Tell di Rossini e da qui in poi solo una città che schiacciata sul mare, sembra cercare respiro al largo verso l’orizzonte.

E non ritengo essere questo blog la sede appropriata per discutere di quello che successe poi.  Le manifestazioni, la polizia sul corteo autorizzato, i black block in azione indisturbati, i lacrimogeni, il defender dei carabinieri circondato, Piazza Alimondi, la Diaz, la macelleria messicana, le due bottiglie molotov, la caserma di Bolzaneto, le torture che continuano, dieci anni di piombo e la coltre di fumo sulla giustizia che può essere considerata tale solo se arriva ad una conclusione vera.

Non si possono dimenticare essere umani che subiscono violenze e trattamenti simili.

Il giovane me nel 2008 non era in grado di vedere che è stata marcata una netta e sbagliata contrapposizione tra manifestanti e forze armate, che tra le due fazioni c’erano persone con pensieri in comune, che sono state appiccicate etichette dannose, che se una pistola ha sparato è perché qualcuno ha armato quella mano.

E fa male pensare che l’Italia non sia mai giunta ad ammettere il fatto che il potere era violenza pura nei confronti di chi non la pensava così. Ma quanto è avanti Orwell?!

Siamo dinanzi alla necessità di un’operazione di rigenerazione culturale da parte dello Stato. Se solo leggessero ed ascoltassero più musica.

Gli eventi del G8 ed una verità processuale monca hanno distrutto i campi, incendiato i raccolti ed impedito ai nuovi frutti di crescere per essere accarezzati da quel vento di proposta e di protesta che andava diffondendosi.

E se nel 2001 un altro mondo era possibile, oggi, vent’anni dopo, il cambiamento si è reso urgente e necessario.

Ma le cose devono essere portate avanti insieme per giungere ad un traguardo. E questa volta può essere veramente il mondo stesso che ci intona a noi una canzone di Manu Chao.

 

Je ne t’aime plus, mon amour

Je ne t’aime plus, tous le jours

Pensiero debole scritto il 22/07/2021, venti anni esatti dopo

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