Riportando tutto a casa

In queste parole passa la storia di una giovane ragazza e nasce la storia di questo paese

Nell’estate del 1940 quello che fino a qualche mese prima ci appariva lontano e inarrivabile divenne purtroppo impietosa realtà.

La radio annunciava che la dichiarazione di guerra dell’Italia era stata consegnata agli ambasciatori di Francia e Gran Bretagna.

Ero una bambina con nove anni ancora da compiere e non presi più in mano un libro di testo scolastico.

Le vite che avevamo vissuto fino ad allora furono stravolte. 

Nel giro di poco tempo mi trovai faccia a faccia con una realtà che negava quei pochi sogni che potevo avere, mostrandomi il dolore e le atrocità che la guerra porta con sé. Le condizioni di miseria in cui già versava la mia famiglia divennero ancor peggiori. In un batter d’occhio dovetti abbandonare non solo la scuola elementare ma anche la nostra casa al porto dove ero nata, le amicizie e tutto il resto. I tedeschi minacciavano di bombardare dove abitavamo perché in prossimità del principale gasdotto della città.

Qualche giorno prima, quando fummo informati a dovere di andarcene, mio padre rimediò un carretto di legno da trainare a mano su cui trasportare le poche cose che avevamo. Non v’era certezza alcuna, non sapevamo cosa portare via, non sapevamo dove saremmo dovuti andare a stare, né per quanto. Sembrava come se ci stessimo dirigendo verso un temporale interminabile. E così raccogliemmo solo le stretto necessario ma non è affatto semplice quando vivi nella povertà e le poche cose che possiedi sono nella praticità del quotidiano tutte necessarie. E pensare che fino a quell’età non avevo mai ancora indossato un vero e proprio paio di scarpe. Mia madre mi comprava infatti degli zoccoli di legno e mio padre, per evitare che si consumassero più in fretta per l’usura, li ricopriva di gomma. Non vi era differenza tra le varie stagioni, che fosse estate o inverno avevo nei piedi sempre gli stessi zoccoli.

Rinunciammo così alla nostra abitazione e i ricordi legati ad essa sembrarono scomparire quando ce ne andammo.

In un primo periodo ci mettemmo al riparo in un rifugio allestito in maniera fortunosa nella zona dove ancora oggi vi sono gli Orti Giuli e che allora era un lavatoio che accoglieva chi andava a pulire i propri panni. Nei fatti era un cumulo di terra ammassata come una piccola montagnetta alta un paio di metri con lo scopo di offrire protezione da bombardamenti ma in verità non era per niente sicuro ma molto pericoloso.

Non eravamo gli unici, con noi infatti c’erano tutte le altre persone risiedenti al porto e che versavano nella nostra stessa condizione.

La ferocia nazista ancora una volta non venne meno, il pericolo imminente che avevamo udito divenne orrenda verità. I cannoni continuavano a tuonare ed il vento quando si alzava trasportava con sé l’odore acre lasciato dalle scie delle polveri da sparo. Tardarono poco, con le loro bombe rasero al suolo la nostra casa e tutti gli altri edifici accanto, seminarono terrore e distruzione, lasciando macerie e tanta fame dietro di sé.

E così decidemmo che non era più tempo per noi di restare in quel piccolo fortino di terra. In quei giorni mio padre riuscì a mettersi in contatto con suo fratello che viveva con la moglie ed i loro due figli, Guido e Guidelma, nella campagna verso la strada delle Siligate che conduce alla Romagna. I nostri parenti vivevano come contadini ed anche se il vecchio casolare in cui risiedevano era capiente in termini di spazio per accogliere la nostra famiglia, purtroppo non lo era in termini di disponibilità di cibo. Così l’unica possibilità era quella di separarci per il bene di tutti, senza sapere se e quando ci saremmo rivisti. Non era la prima volta che ci trovavamo ad affrontare iI dolore della separazione e dell’allontanamento. Non eravamo più quattro fratelli al tempo perché Alberto ci aveva già lasciato. Se ne era andato prima di compiere 17 anni per via della meningite che lo logorò.

E così, mia sorella Lina che nel frattempo si era sposata, prese la decisione di rifugiarsi con i famigliari del marito. Non era troppo distante da noi poiché se ne andò nella zona della campagna che costituisce il Boncio. Ma negli anni ’40 le distanze erano molto più dilatate e quelli che oggi possono sembrare luoghi vicini e facilmente raggiungibili, al tempo erano diverse ore di camminata in sentieri di non facile percorrenza.

La nostra vita in campagna fu molto diversa ma ci abituammo molto presto ai ritmi della giornata contadina. Il casolare si affacciava sul campo agricolo che era il nostro principale strumento per il sostentamento.

I miei zii e cugini ci insegnarono tanto del vivere bucolico: avevano una stalla, gli attrezzi rurali e grandi mani da contadini.

Babbo e mamma si alzavano alle tre del mattino e contribuivano al lavoro nei campi, alla raccolta del grano, all’allevamento del bestiame, alla produzione di formaggi: tutti i giorni c’era qualcosa da fare scandito dal trascorrere della stagioni ma senza distinzione alcuna tra sole, pioggia, neve o gelo.

Era la prima volta in vita mia che riuscivo a mangiare quotidianamente frutta e verdura ed imparai tante cose di quel vivere pastorale che mi regalò una profonda maturità come donna di casa nonostante fossi ancora una bambina di dieci anni. Il sapone per lavarci lo ricavavamo da un processo di bollitura delle ossa di animali, che fossero polli, maiali o conigli. Facevo il più che potevo pur di fare sentire anch’io il mio apporto domestico con qualche piccolo lavoretto di necessità tra la raccolta nei campi, la pulizia in casa, e la preparazione dei pasti.

Il trascorrere dei giorni era un susseguirsi di momenti di trascurabile felicità che venivano interrotti drammaticamente dai rumori della guerra. Spari, esplosioni, rombi di motore. Al transito dei bombardieri su Pesaro e Cattolica era come se il tempo si fermasse, istanti che duravano un’eternità. Quando gli ordigni venivano sganciati sembrava che il mondo intero ci cadesse sopra la testa.

Nonostante tutto trovavamo sempre il modo di rincuorarci e farci forza tra di noi. Al cadere della sera quando eravamo tutti stanchissimi, quando fuori scemavano i rumori del conflitto, quando sopra di noi si estendeva un cielo argenteo, ci conciliavamo vicini in un insieme di pensieri tra speranze e memorie di umana insensibilità. Nei periodi più freddi eravamo soliti scaldarci con il fuoco del camino. Il fumo che usciva era come se si portasse via anche i pensieri più brutti della guerra, della povertà, della lontananza dalle persone care e di ogni difficoltà che stavamo affrontando e che avremmo dovuto affrontare di lì a poco. E così ci coricavamo molto presto, riscaldati anche dall’affetto che nutrivamo verso di noi e prima di dormire non mancavano mai un Padre Nostro ed un Ave Maria. Ringraziavamo per quel poco che avevamo: un tetto sulla testa, del cibo e le nostre vite.

Sapevamo che non era per nulla di scontato, eravamo a conoscenza che i tedeschi avevano ormai preso pieno possesso della città e stavano iniziando a risalire per le campagne con l’ordine di seminare panico e terrore tra uomini, donne e bambini.

Mia mamma tutti i giorni era solita ripetermi di stare molto attenta: ogni tanto infatti mi piaceva andare a trovare mia sorella per scambiarci un po’ di notizie sulle nostre vite. Lei infatti nel frattempo aveva partorito ed io ero diventata zia. Però aveva contratto il tifo e dovette smettere di allattare suo figlio. Così ogni qualvolta ve ne fosse la possibilità qualche membro della famiglia le portava il latte di vacca. Pur di raggiungerla passavo nascosta tra la vegetazione e ci volevano ore prima di arrivare da lei. Capitava anche che dovevo fare lunghe soste dettate dal timore di essere avvistata dalla ronda tedesca. Una volta mia cugina decise di accompagnarmi e mentre camminavamo un po’ assorte nei nostri discorsi una camionetta con a bordo due soldati agli ordini del führer ci vide da poco distante intimandoci di fermarci subito. In preda al panico provammo così a correre via cercando di nasconderci in mezzo al verde. Iniziarono ad urlare parole nella loro lingua di cui però era molto semplice capirne il significato. Evidentemente avevano urgenza di altro poiché d’improvviso smisero di curarsi di noi che riuscimmo a scappare via. Quella volta fummo davvero fortunate e la paura avvertita non si può descrivere.

Ma quando arrivavo da mia sorella il nostro saluto era caratterizzato da un lungo abbraccio ed in quel momento attraverso quel gesto era come se riuscissimo a fermare il tempo ed abbandonare l’epoca che stavamo vivendo. Perché se ci fossimo fermate a pensare non ci ricordavamo più com’era il mare quando era calmo. Perché quella pace benedetta tardava ad arrivare. Perché il regime fascista non transigeva sul coprifuoco. Perché anche se volavano aerei, partivano treni e bruciavano case, tra tanto orrore c’erano anche miracoli.

Percepivamo che qualcosa stava cambiando, che la bufera si stava calmando, perché in mezzo alle rovine, dove sorgevano chiese o piazze, si intravedevano alberi in fiore. Era passata l’estate del 1943 quando il regime era crollato e venne istituito il Comitato di Liberazione Nazionale.

Eppure una delle lezioni di vita più dure fu quella di sperimentare sulla mia pelle che in tempo di guerra non si possono dormire mai sonni tranquilli. La primavera del 1944 stava per sopraggiungere quando gli squadristi tedeschi si spinsero sin dentro la nostra casa imbracciando i loro fucili. La paura colse tutti noi otto perché non potevamo sapere cosa ne sarebbe stato delle nostre vite. Ci hanno radunato in cucina e l’unica opzione per noi percorribile era quella di eseguire ciò che ci ordinavano. I tedeschi si presero tutto. Ci privarono degli animali, degli alimenti che avevamo prodotto e che erano frutto di tanto lavoro dei mesi precedenti e pure della biancheria nuova che custodiva segretamente mia madre nella stalla delle vacche con la speranza di donarla un giorno a mia sorella. Mentre i tedeschi misero a soqquadro l’intero podere per razzolarne fino all’ultima briciola, noi restavamo fermi, impassibili, sperando che si prendessero solo oggetti materiali. In quegli istanti pregavamo per le nostre vite perché non sapevamo quale fosse il limite della brutalità nazista. La preoccupazione ci portava inevitabilmente a provare a scorgere se avessero portato della benzina con loro. Fortunatamente non fu così. Ma i tedeschi erano disumani, non avevano il cuore. Prima di andarsene sequestrarono mio padre e mio cugino. Non ci lasciarono nemmeno il tempo di un abbraccio come ultimo saluto. Ricordo ancora lo sguardo stampato sul loro volto mentre venivano scortati fuori. Quello di chi va incontro alla sorte.

L’accaduto gettò la nostra famiglia in preda a momenti di grande sconforto. Ci trovammo all’improvviso senza la guida di mio padre e la contagiosa allegria di mio cugino.

Fu incredibile come a distanza di neanche ventiquattro ore mio padre riuscì a tornare: era stato subito liberato. Ricordo ancora che mia zia passò dall’euforia alla disillusione quando vide rientrarlo da solo senza alcuna notizia di suo figlio.

Passarono i giorni e non cambiava nulla: zia e zio erano distrutti, il pensiero di noi tutti puntava nella stessa tragica direzione. Erano trascorse ormai quasi due settimane quando una sera sentimmo gridare a gran voce Guido mentre rientrava di corsa a casa. Stava bene, era illeso. Ci raccontò che fu tenuto prigioniero a lavorare per rinforzare gli accampamenti tedeschi perché l’avanzata degli alleati proseguiva spedita, fino a ché non lo liberarono capendo che era solo un povero ragazzo che non aveva nulla oltre alla sua famiglia.

Dopo questo episodio la vita iniziò a scorrere più leggera perché pensavamo di avere davvero lasciato il peggio alle spalle, confortati anche dalle notizie che udivamo da chi aveva una radio e ci raccontava della situazione nel nostro paese.

A distanza di pochi mesi, nel settembre del 1944, i soldati polacchi delle truppe alleate e i partigiani in brigata nel nostro territorio liberarono Pesaro. Una voce da lontano iniziava ad urlare sempre più forte per farsi sentire, come se ci lanciasse un appello per consentirci di riprendere a fare cose normali, come amare, respirare all’aria aperta e farci accecare dal sole, che fino ad allora era sempre stato pallido anche nelle giornate calde. Ma non più nella primavera del 1945 quando il vento era cessato e smise di fischiare.

Era il 21 aprile e Bologna era libera. Poi fu la volta di Genova due giorni dopo. Venezia subito a seguire.

Il fiore della libertà era pronto a germogliare.

Arrivò così il 25 aprile 1945 quando venne proclamata  l’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti. Eravamo liberi, noi, la nostra terra e i suoi frutti. Potevamo finalmente lasciarci tutto alla spalle e tornare a vivere con la speranza di incontrare un nuovo inizio.

Ne abbiamo vissute di ogni, ma quel periodo lo ricollego ad una strana e lontana felicità, per certi versi insensata ed intangibile. Eppure l’esperienza della guerra ci ha permesso di fortificare i legami, di comprendere il vero significato sull’importanza delle cose, di capire di avere vissuto ben al di sopra dei nostri mezzi, di diventare persone migliori e di sognare un mondo diverso, un mondo di libertà, di giustizia, di pace, di fratellanza e di serenità.

La guerra, per carità al mondo.

Ultimato il 25/04/2021, pensiero debole avulso dagli altri, perché tanto debole non è.

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